Partiamo da una definizione verificabile: l’uomo che incontriamo normalmente è una realtà economica che lavora in perdita: si intende la “normalità” statistico-patologica, che è sub iudice della norma del nostro giudizio.
Come pure dalle equazioni: avversione al pensiero = patologia = diseconomia: l’homo pathologicus, più reale e quotidiano dell’homo sapiens, lavora in perdita fino a esserne definito.
Che la patologia sia diseconomia - lucro cessante, danno emergente, lucro non emergente - è un truismo verificabile sul breve periodo nella vita di ogni individuo (conti alla mano). Lo è perché (lo dico telegraficamente) viene meno agli appuntamenti, e tutti gli appuntamenti sono d’affari.
Introduco per la prima volta l’espressione “Rettitudine economica”, con la quale designo il pensiero di natura stesso sviluppato in un Diritto positivo dell’uomo prima del Diritto comunemente inteso: ecco un uomo finalmente sensato, benché scarsamente esistente, come realtà economica ossia produttrice di tesoro per sé e per tutti (diciamo di un PIL più ampio di quello comunemente inteso).
Rett-itudine o anche diritt-itudine, Recht-itudine, Right-itudine, droit-itudine del pensiero: anteriore alla distinzione tra morale e diritto e anche alla distinzione tra conoscenza e pratica.
È la rettititudine univoca, e non a partenza morale, dell’avere come Principio il detto “L’albero si giudica dai frutti”, come Principio insieme pratico (privo della distinzione morale/giuridico) e conoscitivo: conoscenza per fructus precedente e subordinante la conoscenza per causas. |